Katia Marilungo

MOBILE: +39 3477425177

News

Fine vita e Testamento Biologico. L’importanza del supporto Psicologico in “Terapie Oro-Onco-Ematologiche: aspetti etici, clinici e psicologici” 2° Workshop di Bioetica Medica Odontoiatrica

 2° Workshop di Bioetica Medica Odontoiatrica

“Terapie Oro-Onco-Ematologiche: aspetti etici, clinici e psicologici”

unnamed

L’intervento della dr.ssa Katia Marilungo in qualità di Consigliere Segretario dell’Ordine degli Psicologi della Regione e Marche e nel ruolo clinico di psiconcologo, ha portato un suo prezioso contributo sul delicato tema del fine vita, del testamento biologico e dell’importanza del supporto psicologico nella fase delle cure palliative.

Il contributo psicologico nelle cure di fine vita si rivela un ingrediente fondamentale del più ampio intervento multidisciplinare (regolamentato oggi anche dalla legge del 15 Marzo 2010: art. 2 e art. 5) che contraddistingue le cure palliative. Se risalissimo all’etimologia dell’aggettivo palliativo, scopriremmo che esso deriva dal termine latino pallium, che indicava il mantello con il quale, nel Medioevo, il viandante si avvolgeva per ripararsi dal freddo della notte. Come suggerisce Roberta Villa (Janus, 2009) le cure palliative «vogliono coprire il malato nella sua interezza, comprendendo la sua dimensione fisica e quella psicologica, ma anche spirituale e sociale» e sono da intendersi «non solo come terapia del dolore trattamento efficace dei sintomi, ma come medicina che permette a ciascuno di modellare la cura in armonia con la proprio concezione di vita (e di morte)» . Per tale ragione, oltre ai professionisti medici, esse coinvolgono infermieri, psicologi, assistenti sociali, fisioterapisti e volontari. In particolare, il professionista psicologo dovrebbe farsi promotore di una prassi curativa centrata sulla persona del paziente, sui suoi bisogni, sui suoi diritti, in particolare su quello dell’autodeterminazione. In effetti, uno dei principali obiettivi dell’intervento psicologico, che peraltro coincide con alcune delle finalità della legge (art. 1, comma 3), consiste, per noi, nella necessaria personalizzazione della cura che deve aprirsi ai significati, alle storie, ai valori, alle volontà dei curati. Lo psicologo è chiamato a calarsi nella dimensione individuale del paziente concreto che gli è di fronte, coglierne le esigenze e le risorse e vincolare strettamente ad esse la sua azione professionale. In altri termini è chiamato ad esplorare con cura percorsi di storia personali e familiari allo scopo, non solo di cogliere bisogni assistenziali di natura sanitaria, ma anche di individuare significati e valori che orientano le scelte del malato circa il modo in cui vive il suo morire e prende commiato da ciò che sta lasciando, riconciliandosi eventualmente con esso.
E’ necessario a questo scopo che lo psicologo sia in grado di mettere in campo una forma di alleanza terapeutica multipersonale e multicontestuale, che sia cioè capace di tessere una fitta rete di dialogo con le persone più direttamente coinvolte nell’esperienza di sofferenza del morente, attraversando con loro i vari contesti della cura in cui il malato stesso transita al tramontare della sua vita: reparti ospedalieri, day hospital, hospice, domicilio.
Prendersi cura dell’esperienza personale e relazionale di chi muore significa alimentarne la vita, sino alla fine, e rendere possibili trasmissioni di eredità morali che arricchiscono chi dà e chi riceve, vincolando tutti, sanitari compresi, ad una più piena e consapevole assunzione di responsabilità rispetto a ciò che proprio in questo scambio si rivela essenziale. Essere aiutato a rimanere nel tessuto vivo dei propri rapporti con il mondo significa, per il malato, poter continuare a sperimentare il proprio valore e la propria possibilità di incidere su quello che gli accade.
Proponiamo dunque la figura di uno psicologo nelle Cure Palliative che sia capace di offrire uno spazio di dialogo intimo, critico, in cui la persona malata possa immergersi e, se possibile, dare significato il trovarsi di fronte alla propria finitezza; capace, inoltre, di promuovere un collegamento fatto di comprensione e collaborazione del morente con la sua famiglia, (“comunità non specialistica di cura”) e con la comunità professionale chiamata ad un esercizio il più possibile personalizzato delle sue competenze.
La realtà dello sviluppo nel nostro paese delle Cure Palliative pone, però, alcune questioni di rilevanza centrale che sembrano andare in direzione contraria rispetto a quanto detto sinora. L’esistenza di  professionisti sanitari che si ritrovano a lavorare in quest’ambito senza una specifica formazione e, soprattutto, senza conoscere né condividere i riferimenti etici della nuova modalità di intendere la relazione di cura, può causare un effetto particolarmente pericoloso. I valori della medicina tradizionale, con le sue derive tecnicistiche e di parcellizzazione dei saperi, rischierebbero seriamente di inaridire il terreno di coltura di una nuova modalità di intendere la relazione di cura. Ne deriverebbe che, anche nelle Cure di Fine Vita, i grandi problemi umani tenderebbero a scomparire a vantaggio dei problemi tecnici particolari.

 

About the author
Katia Marilungo
Sono la Dott.ssa Katia Marilungo, Psicologa-Psicoterapeuta, Ipnotista, Psiconcologa e formata nell'utilizzo della Tecnica EMDR. Attiva dal 2003, ho maturato notevoli esperienze formative e professionali spaziando i vari ambiti di interesse clinico e non. Mi occupo di infanzia, adolescenza, individui, coppie, famiglia e gruppi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *