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dalla rivista “MiaFarmacia” Depressione: patologia o poca forza di volontà?

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L’autostima è spesso considerata legata alla forza di volontà: più ci si avvicina alla realizzazione di ciò che si vuole, più l’autostima è destinata ad accrescere. La forza di volontà è presente, e con essa anche la vera autostima, quanto più la coscienza è libera dalle influenze dell’ambiente, dalle credenze e dai doveri. In quel caso, ciò che si desidera si realizza con facilità e l’autostima sgorga spontaneamente.
In ognuno esiste una forza di volontà “nascosta”, a volte in contrasto con la volontà palese, che corrisponde alla vera natura.
È questa forza ad agire, ogni volta che si supera una difficoltà della vita o si raggiunge una meta importante. Il successo indica che
è emersa un’energia nuova a cui non si aveva ancora attinto, una forza di volontà che il cervello è riuscito ad attivare e a dispiegare nella realtà.
Questa forza è unica, appartiene solo a noi stessi ed è anche la promotrice di trasformazioni, cambiamenti e superamenti dei problemi.
La vera forza di volontà, da cui nasce l’autostima, non può, quindi, mai derivare da un modello culturale o da un’identificazione sociale.

Sviluppare la forza di volontà

Esistono alcuni atteggiamenti mentali da coltivare che possono aiutare a sviluppare l’unicità della forza di volontà e, quindi, far accrescere l’autostima.
•   Aspettare prima di agire: spesso alle difficoltà si reagisce “d’istinto”. È meglio, invece, lasciare trascorrere del tempo e permettere a   nuove risorse di emergere.
• Non resistere contro se stessi. “Resisti! Non mollare!” viene spesso ripetuto dagli altri. In questo modo, però, si finisce per ingoiare rospi che sarebbe invece meglio… sputare.
• C’è sempre una terza via: di fronte a situazioni difficili è meglio non scegliere la soluzione più ovvia o più semplice e nemmeno il suo opposto, ma lasciare che si manifesti una terza via non ancora presente o di cui non si è ancora coscienti.
• Ciò che si fa, deve essere unico: quando si sente che il proprio comportamento non è efficace, è meglio fare qualcosa che sia completamente diverso da quello che fanno gli altri.
In definitiva, diverse possono essere le situazioni in cui le persone mettono in campo la propria volontà per procedere al raggiungimento di un determinato obiettivo. La volontà appartiene a tutti, senza di essa non ci si potrebbe nemmeno alzare dal letto la mattina. Il problema è che non tutti la utilizzano al meglio.
A volte, è il caso che può condurre a mettere in atto dei cambiamenti, magari quando ci si trova all’improvviso di fronte a un grande dolore, perché è proprio nei momenti critici che la volontà si esprime, favorendo nuove scelte e dando vita a una energia che si può impiegare per spezzare le abitudini.

Aspetti clinici della depressione

Accade molto spesso di sentire i parenti, dei pazienti depressi, attribuire al proprio congiunto la mancanza della forza di volontà per “tornare a essere come prima”. È credenza comune, infatti, che la depressione sia associata a debolezza e mancanza di forza di volontà, e spesso si esortano i propri cari depressi con frasi del tipo “Tirati su! Senza forza di volontà non se ne esce.“.
Questa affermazione non tiene conto di alcuni aspetti clinici fondamentali:
• gli stati depressivi sono effettivamente accompagnati da una profonda tristezza che inevitabilmente rallenta il corpo; il paziente si sente stanco e talvolta spossato (la tristezza, da un punto di vista evolutivo, serve per rallentare le attività in maniera da conservare le energie);
• le affermazioni come “non hai sufficiente forza di volontà per uscirne” evocano nel paziente depresso solo molta rabbia e un senso d’incomprensione.
Nel depresso, contrariamente a quanto si possa credere, è la rabbia il sintomo da elaborare e far emergere. In questi tipi di pazienti, l’incapacità di modulare la rabbia è più evidente rispetto ad altri disturbi psicopatologici, perché il depresso non riesce a controllarla ed è, inoltre, estremamente sensibile a tutte le esperienze di perdita.

Il lavoro terapeutico

Il lavoro terapeutico con il depresso deve ricostruire com’è fatta la perdita quotidiana del paziente, momento per momento. Chi soffre di questa patologia vive la repentinità del senso di sé, oscillando tra helpness (destino di condanna, perdita) e rabbia (senso che il destino è di elezione e di privilegio), in poco tempo, quasi senza accorgersene. Lo sguardo di una persona può far cambiare in modo repentino il senso e il significato attribuito dal depresso.
Il paziente depresso, durante una psicoterapia, deve ricostruire col terapeuta temi legati alla perdita, al non accudimento dei propri genitori poiché, spesso, anche in caso di figure familiari carenti, tende a proteggerle e a giustificare le mancanze altrui. Ha, quindi, un suo modo interno di spiegarsi fatti ed eventi: si attribuisce sempre le responsabilità, se non le colpe, e non riesce a vedere la mancanza di supporto che ha caratterizzato la sua infanzia.

Anomalie della volontà: abulia e apatia

Dal greco a-bule (non-volontà), l’abulia indica uno stato soggettivo di mancanza o perdita della volontà. Si riferisce sia a un disturbo dell’attività intenzionale, per cui l’individuo si sente incapace di prendere decisioni anche in situazioni poco rilevanti, sia a un disturbo della motivazione, per cui l’individuo si sente incapace di portare a termine l’azione anche quando questa è desiderata.
L’abulia indica un’anomalia della forza di volontà, caratterizzata da estrema apatia e irresolutezza. Dal punto di vista soggettivo, questa condizione è descritta spesso come completa assenza di forza di volontà e di stimoli, a cui si accompagna l’impressione di azioni automatiche, in cui l’individuo si sente più “reagente all’ambiente” che non “agente sull’ambiente”.
L’abulico disperde le sue energie psicofisiche in numerose attività contemporaneamente, ma non riesce a portarne a termine nemmeno una.
Spesso, l’abulia fa seguito a uno stato di apatia nel quale è assente lo stimolo ad agire.
Per apatia si intende una particolare condizione psicologica caratterizzata dalla perdita di interesse e di motivazione verso qualsiasi cosa e dalla totale assenza di emozioni e reazioni da parte dell’individuo.
Combattere l’apatia è difficile, ma non impossibile. Il soggetto apatico, infatti, non ha più reazioni emotive o di interesse verso nessun aspetto della sua vita e di quella delle persone che lo circondano.
È completamente indifferente verso tutti e tutto, compreso se stesso. Una indifferenza che porta il soggetto apatico a trascurare la propria persona, il lavoro, i rapporti personali e l’ambiente in cui vive. Combattere l’apatia è un percorso complesso e tortuoso.
Assuefatto al non provare emozioni e a non avere stimoli verso nessuna attività, l’apatico non sente l’esigenza di modificare la sua condizione. In questo caso un ruolo molto importante viene svolto dalle persone che circondano il paziente.
Ecco, quindi, qualche consiglio medico per combattere l’apatia:
• cercare di essere sempre positivi ed evitare le situazioni di noia e di inattività;
• tenersi sempre mentalmente e fisicamente impegnati;
• dedicarsi a un hobby come iscriversi in palestra, fare un corso di cucina, ecc. attività che favoriscono l’interazione sociale, fondamentale per combattere la patologia;
• porsi degli obiettivi a breve e lungo termine, e lavorare per raggiungerli senza aspettare passivamente che il tempo cambi o aggiusti le cose;
• ricorrere a uno specialista che possa aiutare a curare l’apatia con una terapia psicologica mirata.
Come dice lo scrittore tedesco Herman Hesse “I dolori, le delusioni e la malinconia non sono fatti per renderci scontenti e toglierci valore e dignità, ma per maturarci.”.

About the author
Katia Marilungo
Sono la Dott.ssa Katia Marilungo, Psicologa-Psicoterapeuta, Ipnotista, Psiconcologa e formata nell'utilizzo della Tecnica EMDR. Attiva dal 2003, ho maturato notevoli esperienze formative e professionali spaziando i vari ambiti di interesse clinico e non. Mi occupo di infanzia, adolescenza, individui, coppie, famiglia e gruppi.

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